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Harry, ti presento Donald

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Il caos ecologico nella dottrina Trump

Cosa pensa il presidente degli Stati Uniti, di professione immobiliarista, della crisi ecologica? La domanda non è scontata nè dovrebbe esserlo la risposta. Ad esempio, non dovremmo replicare con affermazioni, istintive e facili, del tipo: Donald Trump nega la questione ecologica e comunque ne è disinteressato.

False entrambe le cose. L'interesse di Trump per la questione ecologica esiste ed è anzi centrale nel suo disegno complessivo di mondo, sebbene di un tipo molto diverso da quello auspicabile. Parimenti, il negazionismo ambientale trumpiano è di un altro genere rispetto al negazionismo, scientifico, che abbiamo conosciuto fino ad oggi.

Il negazionismo scientifico nega la crisi ecologica, connotandola come un'esagerazione dovuta alla errata o malevola interpretazione di dati scientifici, considerati incerti, discordanti se non del tutto infondati.

La versione scientifica del negazionismo ambientale, spendibile più facilmente per alcune forme di crisi non "semplici" (il clima) e non "visibili" (la limitatezza delle risorse minerali) e meno per altre (il declino della biodiversità), perde forza man mano che il tempo passa e i feedback ecologici si fanno sentire.

Certo, anche sotto questo profilo Trump non demorde. "Che fine ha fatto il riscaldamento globale?" ha scritto nei giorni scorsi sul suo profilo Truth, riferendosi all'ondata di freddo che sta colpendo gli Stati Uniti d'America. Stimolando in tal modo la risposta di chi, come il climatologo Christopher Callahan dell'Università dell'Indiana, si è detto frustato di dover ricordare per l'ennesima volta non soltanto che sul pianeta Terra ci sono le stagioni, inclusi gli inverni con i fenomeni invernali, e che la crisi climatica è un problema di medio-lungo termine, ma che le sue caratteristiche sono più articolate di quelle espresse da un ignorante qualunque come Donald Trump o chiunque non conosca adeguatamente la materia.

Non solo. Caldo e freddo estremo sono situazioni collegate, spesso da valutare assieme. "Per ogni grado in più dovuto al riscaldamento globale - dice Callahan - si ottiene circa il 7% in più di capacità di trattenere l'umidità nell'aria. Questo si trasforma in piogge estreme estive così come in tempeste invernali, che portano più precipitazioni e quindi più neve rispetto al passato".

Tuttavia, con l'aggravarsi della crisi climatica l'accento si sta appunto spostando, da un negazionismo scientifico ad un negazionismo culturale. La grande differenza è che il primo nega il problema, dice che "la crisi ecologica non esiste", il secondo nega le soluzioni, dice che "le risposte alla crisi ecologica che voi date non esistono, non sono accettabili".

In altri termini, ammesso che il problema ecologico esista, "non esiste" la soluzione ecologica. Non esiste che l'ecologismo ci costringa a rivedere i modelli economici, le strategie di sviluppo, i piani di smantellamento delle normative di tutela, la ricerca di nuovo petrolio e altri fossili, la distruzione delle foreste e degli habitat naturali, l'assalto al mare, la riduzione delle aree naturali protette a favore di aree artificiali "prodotte".

Insomma, è la cultura ecologica a rappresentare il problema, non la crisi ecologica. Anzi, nella crisi ecologica c'è una soluzione, un'occasione oltremodo ghiotta. Per un immobiliarista come Donald Trump, la distruzione portata da fenomeni come la tempesta Harry che ha flagellato il sud Italia o da qualsiasi altro fenomeno devastante, è manna dal cielo. È distruzione creatrice, è disastro che genera profitto.

Niente più del caos può solleticare i suoi appetiti e in generale la sete di dominio. Il caos è lui, il caos è quanto più prossimo alla sua visione del mondo. Il caos è il regno in cui i forti, i violenti, i meno inclini agli scrupoli e alle remore morali possono imperversare.

Qui si coglie il nuovo salto paradigmatico che in campo ecologico (e non solo) è in corso. Se la classica filosofia del Bau (Business as usual) punta a mitigare il problema ambientale per continuare negli affari, "come al solito", la dottrina trumpista punta ad aggravare il problema ambientale, per aumentare gli affari, più del solito.

Dalla prevenzione o gestione del caos alla promozione del caos. Da Antropocene, il regno del problema ecologico, a Trumpocene, il regno del caos ecologico.

Qui, inoltre, si coglie il senso del legame - che pure merita approfondimenti - tra il trumpismo e il tecno-estremismo di Silicon Valley, secondo cui l'etica, l'ecologismo, i diritti umani, le organizzazioni internazionali non sono altro che palle al piede del futuro della tecnologia più ardita. Il futuro è nel caos, è "del" caos. Appartiene al caos e a chi saprà rappresentarlo, incarnarlo, conviverci in senso ambientale ma anche morale e sociale, e guadagnarci.

Centrale nei nostri tempi e nei tempi che verranno, la questione del caos dovrebbe farci riflettere un po' tutti. Dovrebbe anche far riflettere quelle componenti della cultura alternativa, o antagonista, che hanno storicamente puntato sul caos come strategia antisistema di trasformazione del mondo, salvo dover scoprire che nell'habitat del caos i poco raccomandabili ci sguazzano. Vanno a nozze. Scoprire che in una piazza distrutta dai black blok i primi ad arrivare sono gli immobiliaristi e i loro profitti. Scoprire che il tecno-ottimismo o il tecno-cinismo di un Marc Andreessen, un Peter Thiel o un Curtis Yarvin, vedono il caos come un bancomat illimitato che attinge ai conti altrui. Scoprire che di fronte alla tempesta Harry, e a qualunque disastro naturale, Donald Trump e gli immobiliaristi dell'ecologia si sfregano le mani. Speculano come se non ci fosse un domani.

Il caos non è semplicemente quella cosa che stimola la nuova fisica e impegna le migliori menti della complessità, né soltanto quella suggestione che affascina la poesia, la musica, la filosofia, e nemmeno è la premessa per la costruzione di un mondo migliore, dopo aver raso al suolo il mondo peggiore.

Il caos è il crack della parola. Il crack dei diritti, della collaborazione. È il crack delle relazioni. È il regno della divisione, dell'ognuno per sé. È l'antiecologia. Il caos è distruzione che anticipa la distruzione.

Qual è l'antidoto al caos? Non l'ordine, che mai potrà esistere (termodinamica), ma l'organizzazione. E l'organizzazione è la contemperanza di interessi giusti e sani, di bisogni sani, di desideri non aggressivi, in un pianeta che è diventato così piccolo, connesso, fragile da non poter fare a meno della giustizia, dell'equità, della sostenibilità, dell'universalismo, insomma della consapevolezza che il nostro destino sul pianeta, il destino dell'umano e del vivente, è comune.

Organizzare il pensiero del mondo, la politica del mondo, contro il caos della distruzione, è la grande sfida dell'ecologia. Di più: è l'ecologia stessa, nel suo senso più profondo.
 

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Paesaggio dell'Alaska © Franco Fratini