Da tempo immemorabile nelle valli in provincia
di Brescia si pratica l'uccellagione con l'uso delle trappole
ad "archetto": micidiali congegni realizzati con un
ramo di nocciolo o con un filo di acciaio piegato ad arco e trattenuto
in tensione da una doppia cordicella e da una bacchetta di legno
posta ad una delle estremità, che provocano la straziante
morte dell'uccellino che si posa attirato dalle bacche di sorbo
e di sambuco; infatti, appena si posa sulla bacchetta, essa cade
e l'archetto si allarga con violenza facendo scattare il cappio
appoggiato su di essa, che si attorciglia sulle zampette spezzandole.
La vittima rimane appeso a testa in giù, dibattendosi per
ore, nel vano tentativo di liberarsi.
Ogni anno, in concomitanza con la migrazione autunnale, nonostante
le direttive dell'Autorità giudiziaria, le ricorrenti
interrogazioni parlamentari e l'indignazione dell'opinione pubblica,
espressa anche con servizi televisivi e articoli di giornali,
nei boschi delle stupende valli bresciane vengono piazzate centinaia
di migliaia di trappole; già ai primi di settembre, percorrendo
i sentieri che portano agli appostamenti di caccia o in prossimità
di cascinali e rustici, ci si imbatte in filari di archetti,
sovente ben visibili anche dalle strade carrozzabili.
Solo dall'autunno dei 1986 il bracconaggio emerse in tutta
la sua gravità per merito dei Nucleo nazionale di vigilanza
antibracconaggio della LIPU (Lega Italiana Protezione Uccelli)
inviato nel Bresciano in seguito alle numerose segnalazioni
che pervenivano da cittadini, non solo di Brescia. Gli agenti
volontari, coordinati dall'ispettore Piergiorgio Candela, constatarono
la presenza di trappole ovunque: archetti con pettirossi agonizzanti
che si dibattevano appesi per le zampette spezzate erano posti,
in bella vista, a pochi metri dalle strade provinciali ed intercomunali,
non solo della Val Trompia, ma anche della Val Camonica e della
Val Sabbia; ossia dalla sponda bresciana dei lago di Garda a
quella dei lago d'Iseo, dalla periferia di Brescia ai confini
col Trentino. L'ispettore Candela rapportò sull'illecita
situazione all'Autorità Giudiziaria, richiedendo ed ottenendo
l'autorizzazione al controllo di decine di trattorie nelle quali
vennero trovate migliaia di pettirossi, scriccioli, capinere,
usignoli, passere scopaiole, cince e altri piccoli uccelli insettivori,
già pronti per essere cucinati allo spiedo o ancora piumati.
Durante il periodo Settembre Novembre 2003, il nucleo antibracconaggio
della LIPU ha sequestrato oltre 11.000 trappole ad archetto,
per un peso complessivo di circa una tonnellata; 402 trappole
tagliole "sep"; 82 reti da uccellagione; 15 gabbie
trappola. Il nucleo LIPU ha inoltrato alle Procure della Repubblica
di Brescia e di Rovereto (quest'ultima ha giurisdizione sulla
Valvestino) 85 verbali di sequestri penali, di cui 31 nei confronti
di persone denunciate per essere state sorprese ad esercitare
il bracconaggio.
Nelle trappole sono stati trovati oltre 3.000 piccoli uccelli
insettivori, per la maggior parte pettirossi, agonizzanti, appesi
per le zampette spezzate, o già morti. Dalle reti sono
stati liberati circa 300 uccelli.