Antibracconaggio e criminalità organizzata
Il bracconaggio ai migratori sullo Stretto di Messina
Il bracconaggio ai migratori in Campania
  DOSSIER: Volo Libero
L'imbalsamazione illegale
Cenni sul commercio illegale di fauna selvatica
 
 Il giro di affari e gli interessi della criminalità organizzata
 
Numerose inchieste giudiziarie avviate in Italia su bracconaggio, imbalsamazione e traffico illegale di fauna selvatica hanno accertato non soltanto reati contro il patrimonio faunistico ma anche violazioni alla normativa sulla detenzione di armi ed esplosivi, evidenziando altresì gli stretti collegamenti esistenti tra i bracconieri e la criminalità organizzata, al punto tale da poter coniare il neologismo zoomafia con il quale si intende "lo sfruttamento degli animali per ragioni economiche, di controllo sociale, di dominio territoriale da parte di persone singole o associate appartenenti a cosche mafiose o clan camorristici" .

Il bracconaggio ed il traffico illegale di fauna selvatica sono alcune delle filiere della zoomafia, insieme al combattimento tra cani ed alle scommesse sulle corse dei cavalli. Tali attività costituiscono un vero e proprio business per le organizzazioni criminali tanto che il Ministro degli Interni nella sua ultima relazione sulla criminalità organizzata in Italia, facendo propri i dati dell'analisi contenuta nel "Dossier Zoomafia 1999" della LAV, ha individuato nello sfruttamento degli animali uno dei nuovi allarmanti sbocchi economici e di riciclaggio dei sodalizi criminali vecchi e nuovi.

 Bracconaggio ai migratori sullo Stretto di Messina

I gravi episodi che si sono verificati fin dal 1984 sul versante calabrese dello Stretto di Messina hanno confermato i collegamenti tra i bracconieri e la 'ndrangheta e l'utilizzo di strumenti di tipo mafioso per scoraggiare l'opera delle forze dell'ordine e dei cittadini impegnati per il ripristino della legalità. Basti pensare all'attentato dinamitardo alla sede della LIPU di Pellaro (RC), all'incendio delle autovetture di vari esponenti delle associazioni ambientaliste, agli attentati di Scilla (Reggio Calabria) e di Cannitello (Reggio Calabria) a colpi di lupara rispettivamente contro le guardie forestali e i Carabinieri impegnati nella repressione del bracconaggio.

Altri elementi che confermano il collegamento tra il bracconaggio e la criminalità organizzata sono l'utilizzo di armi clandestine (fucili con matricola abrasa ) e il controllo del territorio da parte di "staffette" e "gregari" che segnalano l'arrivo delle forze dell'ordine. Inoltre un numero significativo di cacciatori di frodo, denunciati dalle forze di polizia e resisi responsabili di aggressioni nei confronti delle stesse o degli ambientalisti, sono stati ammazzati nel corso della guerra di mafia che dal 1985 al 1991 ha insanguinato la provincia di Reggio Calabria. Per tutti basti l'esempio della cosca Audino di Eremo - San Giovannello completamente sterminata. Gli affiliati di questa cosca, tutti bracconieri di rapaci, si sono resi più volte responsabili di minacce e aggressioni nei confronti dei volontari LIPU.

Fondamentale è l'impegno del Corpo Forestale dello Stato presente tutti gli anni in Calabria per la prevenzione e repressione del bracconaggio. Ma non solo, infatti nell'ambito dell'Operazione "Adorno", gli uomini del CFS hanno arrestato pericolosi latitanti (come De Stefano ad Archi), scoperto depositi di armi clandestine, sequestrato costruzioni abusive, piantagioni di droga, ecc. Grazie alla presenza costante del CFS a presidio del territorio il bracconaggio praticato nelle zone rurali e dai bunkers nelle campagne, è quasi del tutto scomparso. Attualmente i bracconieri sparano dalle case, addirittura nei centri abitati, e ciò rende molto più difficile la loro individuazione e quindi la denuncia.

La diffusione del fenomeno nei centri abitati e la necessità di adeguare gli strumenti di politica criminale, hanno reso necessario nel 1997 il coinvolgimento del Questore come responsabile della sicurezza e dell'ordine pubblico, il quale, disponendo servizi di vigilanza con personale in abiti civili e autocivette, organizzando le attività di indagine finalizzate all'individuazione delle case da cui sparano i bracconieri e costituendo un coordinamento interforze tra Polizia di Stato, Arma dei Carabinieri, Corpo Forestale dello Stato e Guardia di Finanza, ha qualificato il bracconaggio come un obiettivo prioritario per tutte le Forze dell'Ordine.

Area Versante calabrese Stretto di Messina (provincia di Reggio Calabria)
Periodo aprile/giugno e settembre/ ottobre
Uccelli rapaci (falco pecchiaiolo, falco di palude, falco pescatore, albanelle, nibbi) e cicogne abbattuti ogni anno circa 1000
Bracconieri attivi circa 1000
Bunker in campagna e sui tetti delle case 2500
Uomini e mezzi del CFS impegnati 60 uomini, 15 fuoristrada e 2 elicotteri. Equipaggiamento personale: mitragliette M - 12, caschi e giubbotti antiproiettili
Bracconieri denunciati dal CFS e dagli altri organi di polizia nel periodo 1989-1999 500
Attivitā dei volontari dal 1984 la LIPU č presente sullo Stretto con un campo antibracconaggio di volontari italiani e stranieri. Vi collaborano anche altre associazioni come il GUFO di Viterbo

 Bracconaggio ai migratori in Campania

Un'altra area a rischio è la Campania, lungo la fascia costiera ricadente nelle province di Napoli e Caserta (comuni di Giugliano, Villa Literno, Castelvolturno, Cancello Arnone, Mondragone) e nelle zone interne del nolano - acerrano (Napoli), dove vi sono centinaia di specchi d'acqua artificiali denominati "vasconi" .

Le vasche situate nell'area flegrea - domitiana furono scavate dalle organizzazioni camorristiche (clan dei casalesi) per l'estrazione abusiva di sabbia e ghiaia, destinati poi a discariche di rifiuti tossico - nocivi e infine adibiti a laghetti per il bracconaggio primaverile agli uccelli migratori.

In primavera, a stagione venatoria chiusa, bracconieri ben organizzati fanno strage di anatre e di altri uccelli acquatici migratori. Si tratta di un tipo di caccia notturna praticata dal tramonto alle prime luci dell'alba. Negli anni 1997 e 1998, dopo anni di mancanza assoluta di vigilanza da parte delle autorità locali, il Corpo Forestale dello Stato ha organizzato numerose operazioni di polizia giudiziaria che hanno portato alla denuncia di circa 50 bracconieri, tra cui esponenti di forze dell'ordine, liberi professionisti e imprenditori. Sono stati sequestrati fucili da caccia, cartucce, richiami elettromagnetici e numerosi uccelli morti.

Le ispezioni effettuate sui luoghi e le indagini successivamente esperite dai nuclei speciali del Corpo Forestale dello Stato, hanno permesso di acquisire elementi che denotano il bracconaggio in questione come una vera e propria attività economica condotta in un territorio controllato dalla criminalità organizzata. Il primo dato che è emerso si riferisce agli appostamenti fissi tutti in cemento armato e dotati di comforts, concessi in affitto ai bracconieri per una somma che va dai 10 ai 15 milioni di lire circa a stagione venatoria, chiaramente non limitata da alcun vincolo di legge.

L'affitto dell'appostamento comprende anche l'utilizzo dei richiami elettromagnetici e di quelli visivi (stampi) già installati sul posto dal proprietario del terreno o da colui che ne ha la disponibilità, nonché la protezione contro possibili controlli. La destinazione degli animali abbattuti è l'imbalsamazione per fini di collezionismo.

La descrizione di tale tipo di bracconaggio è stata finanche oggetto della deposizione di un pentito del clan camorristico di Casal di Principe (nome in codice "Sclavo"), nel processo per il traffico di rifiuti in Campania, trattandosi di caccia praticata sulle cosiddette "vasche" ricolme di rifiuti tossico - nocivi sversati dalla camorra.

Area Province di Napoli e Caserta (litorale domitio - flegreo e agro acerrano - nolano)
Periodo febbraio/aprile e ottobre/novembre
Anatidi e altri uccelli acquatici (aironi, cavalieri d'Italia, nitticore, ecc.) abbattuti ogni anno circa 5000
Vasche e appostamenti fissi detti "puosti" 350
Prezzo di affitto di un appostamento comprensivo di armi e richiami vietati circa 10/15 milioni all'anno giro di affari gestito da affiliati al clan camorristico dei Casalesi
Bracconieri denunciati dal CFS nel periodo 1997-1998 50
Armi e mezzi di caccia sequestrati dal CFS nel periodo 1997-1998 50 fucili, 6000 cartucce, 100 richiami elettromagnetici e visivi detti "stampi"

 Imbalsamazione illegale

Il commercio illegale di trofei ed esemplari faunistici imbalsamati ha ramificazioni diffuse al nord Italia, particolarmente nell'area Piemonte-Liguria-Lombardia-Veneto. In soli due anni l'Autorità Giudiziaria ha disposto ben 71 perquisizioni domiciliari, 75 ordini di custodia cautelare (per i reati di furto ai danni del patrimonio indisponibile dello Stato, ricettazione di fauna protetta - ex-lege 968/77-e reati previsti dalla legislazione sulle armi) e il sequestro di 2000 animali imbalsamati protetti, scoprendo un'attività clandestina che nella sola regione Piemonte superava ogni anno la cifra di 2 miliardi di lire.

Il valore degli animali trattati con procedimento tassidermico è notevole. Basti pensare che un trofeo di stambecco vale circa 20 milioni di lire.

  • Nel 1982 la squadra mobile della Questura di Aosta, ha arrestato quattro persone per furto e ricettazione di fauna selvatica protetta e detenzione illegale di fucili con silenziatore e cannocchiale per la caccia agli ungulati, oltre che di una pistola con canna modificata.

  • Nel 1985 la Procura della Repubblica di Torino disponeva l'arresto di sei persone resesi responsabili dell'uccisione di camosci nel Parco Nazionale del Gran Paradiso. Nel corso della perquisizione domiciliare i carabinieri trovarono, oltre agli esemplari faunistici abbattuti, anche moschetti e munizioni da guerra, fucili non denunciati con cannocchiali e silenziatori, nonché 2 chili di gelatina esplosiva.

  • Nel 1995 la Procura della Repubblica di Verona ha disposto l'operazione chiamata in codice "Nemesi", che ha evidenziato un traffico di animali protetti morti, evasioni fiscali, smaltimento illegale di rifiuti speciali . L'operazione di polizia giudiziaria ha permesso di sequestrare circa 2000 esemplari, individuando anche i clienti degli imbalsamatori che li avevano trattati.

  • Nel gennaio del 1997 la Procura della Repubblica di Rovigo ha coordinato l'Operazione "Porto Viro" condotta dal Corpo Forestale dello Stato in Veneto, Friuli Venezia Giulia ed Emilia Romagna, con decine di perquisizioni nelle abitazioni e nei laboratori clandestini di imbalsamatori. L'operazione ha preso l'avvio dall'arresto di un imbalsamatore di Porto Viro per aver detenuto illegalmente armi. L'inchiesta ha permesso di scoprire una organizzazione che imbalsamava e commerciava animali appartenenti a specie protette importate dai paesi dell'est e catturati nel Delta del Po.

In Italia meridionale le regioni più gravemente colpite sono Campania, Calabria e Sicilia.

  • Il 15 gennaio 1993 il Pretore di Nocera Inferiore (SA) condannava una imbalsamatrice di Scafati (SA) per aver imbalsamato, a fini di lucro, un numero ingente di animali di provenienza illecita, appartenenti a specie protette e particolarmente protette, per aver detenuto illegalmente munizioni per armi da fuoco e perché senza licenza dell'autorità e le prescritte cautele fabbricava cartucce da caccia. Nel suo laboratorio i Carabinieri sequestrarono circa 300 animali morti.

  • In Calabria i Baschi Verdi della Guardia di Finanza, negli anni 1992, 1996 e 1997 hanno proceduto al sequestro di circa 500 animali imbalsamati nelle province di Catanzaro e di Reggio Calabria.

  • Nell'estate del 1998 il Corpo Forestale dello Stato sequestrava a Napoli presso un imbalsamatore circa 700 animali tra cui rari esemplari di pappagalli come Ara di spix e Ara militaris, ma anche falchi lanari, lodolai, martin pescatore, gruccioni.

 Cenni sul commercio illegale di fauna selvatica (Legge 157/92)

Anche il commercio illegale di fauna selvatica non sfugge al controllo della criminalità organizzata. Tale commercio, riferito alla fauna autoctona, rappresenta una fonte di guadagno notevole che comporta pochi rischi. Il giro d'affari ammonta ad almeno 50 miliardi di lire.

In Campania ed in Sicilia vi sono i mercati abusivi di fauna più grossi dell'Italia meridionale, dove vengono venduti centinaia di migliaia di uccelli appartenenti a specie protette. Si tratta di cardellini, fringuelli, verzellini, ma anche rapaci e piccoli mammiferi.

Sono quasi sempre pregiudicati a vendere gli uccelli protetti. Tra i loro precedenti penali: furto, ricettazione, contrabbando, detenzione di armi, tentato omicidio, associazione a delinquere, spaccio di droga. Alcuni sono soggetti a misure di prevenzione perché affiliati a clan camorristici o mafiosi.